Ecco com’è andata
Un pubblico da conquistare, incontri preziosi, una battaglia collettiva e un premio a sorpresa.
Il Cineteatro Carisma di Gorlago (BG) ha 350 posti e, la sera del 29 luglio, erano quasi tutti occupati.
Un palco di otto metri per sei, un service audio e luci, ore di montaggio, prove, puntamenti e, alla fine, lunghi minuti di applausi, con il pubblico che quasi da subito ha cominciato a battere le mani tutto insieme, a tempo, richiamandomi più volte in scena.
In quel momento, coperta da una quantità di sudore indescrivibile (OFFRO IO è, sì, molto fisico, ma è anche vero che il teatro era privo di aria condizionata…), il mio pensiero è tornato immediatamente ad Avignone, dove inzuppavo ogni mattina il costume di scena grazie alle coreografie di ENFANCE HEUREUSE e ai due PAR, fari piuttosto caldi, puntati costantemente addosso ad appena un metro e mezzo da me.
Tre giorni prima infatti, il 25 luglio, sudavo durante l’ultima delle 19 repliche di ENFANCE HEUREUSE, su un palco del Festival d’Avignon OFF di quattro metri per tre, sul quale salivo ogni mattina alle 10 e che potevo allestire soltanto nella mezz’ora precedente.
Ho imparato a sistemare la scenografia in otto minuti e, nei sette successivi, a puntare con il mio tecnico i tre fari, sui venti disponibili, che ogni compagnia poteva usare a piacere, impiegando gli ultimi quindici minuti per truccarmi, vestirmi e preparare tutto quello che avrei dovuto rimettere immediatamente a posto una volta uscita di scena.
Anche gli applausi, ad Avignone, dovevano fare i conti con il cronometro, perché dopo un paio di chiamate bisognava interromperli per ricordare al pubblico di parlare dello spettacolo, lasciare i cuoricini sul sito del Festival e scrivere critiche online, tutte cose indispensabili per provare a emergere in mezzo a più di 1.800 spettacoli.
Poi via velocissima a liberare il palco, perché la compagnia successiva aveva appena venti minuti per allestire quello stesso spazio, sistemare le luci e andare in scena.
Per tre settimane il nostro Doblò è rimasto parcheggiato nello stesso punto, perché per andare in teatro mi bastavano le gambe: due minuti esatti tra scendere di casa ed entrare in sala. Un vero lusso se pensate che tornata in Italia, invece, ho ricominciato subito a percorrere centinaia di chilometri per una replica, montare, smontare, caricare e ripartire.
Insomma, sul palco del Cineteatro di Gorlago, ero tornata al sudore della mia vita normale ed è stato proprio lì che ho cominciato a capire davvero quanto fosse stata straordinaria quella appena vissuta ad Avignone.
Nella NiuZletter di luglio vi avevo promesso di raccontarvi come sarebbe andata e, ora che è passato qualche giorno, posso dirvi che è andata probabilmente meglio di quanto riuscissi a rendermi conto mentre ero lì, immersa in una macchina che ogni mattina ripartiva da capo e non lasciava molto tempo per fermarsi a capire ciò che stava accadendo.
Sono arrivata ad Avignone pensando di cominciare da zero, mentre ho scoperto piuttosto rapidamente di partire in realtà da meno cinquanta, perché presentare per la prima volta uno spettacolo in una lingua diversa, in un Festival in cui nessuno conosceva me, LaQ-Prod o il mio lavoro, significava non poter contare su tutto ciò che in Italia, dopo tanti anni, tendo ormai a dare per acquisito: il nome, le relazioni costruite nel tempo, le persone che hanno già visto uno spettacolo e vengono a scoprirne un altro, i teatri e lə programmatorə che sanno più o meno che cosa aspettarsi.
Insomma, un bel bagno di umiltà!
Le amiche e gli amici francesi che erano al loro secondo, terzo o addirittura sesto Festival d’Avignon OFF continuavano però a ripetermi che i miei risultati erano ottimi, soprattutto in un’edizione che ha avuto circa il 25% di pubblico in meno.
Ottimi non perché abbia fatto sold out, MAI fatto!, ma perché ho sempre avuto pubblico per tutte e diciannove le repliche previste. Ammetto che davo per scontato di avere sempre qualcuno in sala, invece ho scoperto che alcune compagnie erano state costrette ad annullare la replica perché quel giorno non avevano venduto neanche un biglietto.
ENFANCE HEUREUSE ha poi cominciato da subito a trovare un suo pubblico, ha ricevuto un’ottima recensione e mi sono persino sentita chiedere dove si potesse comprare il testo. Alcune persone hanno addirittura chiesto di acquistare quello che uso in scena, credendo fosse reale, forse perché in Francia sono tantissimi gli spettacoli ispirati a opere letterarie.
Il pubblico andava costantemente “trovato” per strada, nelle code fuori dagli altri teatri, ai tavoli dei ristoranti e dei café, attraverso la distribuzione di flyer a perfetti sconosciuti, a cui raccontare in modo convincente e in poco tempo la trama. Per questo avevo, per fortuna, quattro persone che li distribuivano ogni giorno per me, è un lavoro massacrante e richiedere ore che non riuscivo a dedicarci.
Di questi momenti di “tractage” (nda: tract è il nome francese di flyer), ricordo la gente che prendeva il volantino solo per poi raccontarmi la propria infanzia infelice… o ancora la coppia di testimoni di Geova, che mi ha lasciato il proprio flyer, sul quale erano però scritte frasi da perfetta Pedagogia Nera… Sarà per questo che non li ho mai visti a teatro?
Quello che mi interessava capire al Festival di Avignone, era se ENFANCE HEUREUSE riuscisse a raggiungere il pubblico francese con la stessa forza con cui INFANZIA FELICE ha raggiunto quello italiano e credo proprio che sia successo.
C’era chi rideva molto, chi non rideva affatto, chi mi seguiva con un’espressione inquieta, chi sembrava riconoscersi nei personaggi e, alla fine, la maggior parte delle persone rimaneva seduta anche dopo gli applausi, come se avesse bisogno di un momento prima di alzarsi, uscire dal teatro e tornare nella confusione delle strade del Festival.
Restavano lì a riprendersi, mentre io ero già intenta a sgomberare il palco per lasciare spazio alla compagnia successiva. Soltanto negli ultimi giorni mi sono concessa di uscire ancora sudata, con il costume di scena addosso, per incontrare e abbracciare il pubblico, che mi mostrava contento dove aveva messo il mio sassolino.
Del pubblico mi porto dietro il ricordo della telefonata di Salvatore, direttore del Théâtre L’Atelier Florentin, perché una giovane coppia di genitori era tornata a teatro, un paio d’ore dopo lo spettacolo, per parlare con me. Lui era seduto in prima fila e durante gli applausi lo avevo visto con gli occhi rossi. Mi hanno raccontato di avere due bambine, una di cinque e una di otto anni, e che la fiaba li aveva colpiti facendo riemergere ricordi e paure di ripetere quello che avevano subito da piccoli.
Ricorderò a lungo anche l’uomo anziano che, in lacrime, ha voluto abbracciarmi, un’altra donna altrettanto commossa e i due insegnanti che avevano comprato il biglietto un mese prima, richiamati dalla descrizione dello spettacolo, e che si erano rivisti nei personaggi, sentendosi finalmente ascoltati.
In quelle settimane ho parlato con persone giovani e meno giovani, con vite, provenienze ed esperienze molto diverse, accomunate dall’aver riconosciuto che cosa sia la violenza educativa e quali danni abbia fatto e continui a fare.
Molte mi hanno ringraziata dicendomi che ENFANCE HEUREUSE dava loro speranza e credo che sia proprio questa la cosa che mi rende più felice, perché, se da un lato lo spettacolo racconta e mostra la lunga catena della Pedagogia Nera, dall’altro ci ricorda che le nostre qualità di empatia, ascolto e presenza non sono scomparse, anzi, sono ancora lì dentro di noi e possiamo risvegliarle. In questo reel abbiamo raccolto alcune impressioni a caldo all’uscita del teatro.
Al di là dei risultati e di tutto quello che ENFANCE HEUREUSE potrà o non potrà raccogliere nei prossimi mesi, la cosa più bella di Avignone, ciò per cui ne è valsa davvero la pena, sono state le persone.
Per tre settimane ho potuto vedere quasi ogni giorno amiche e amici arrivati da Parigi per portare anche loro uno spettacolo al Festival, cosa che nella nostra vita abituale succede molto più raramente di quanto si possa immaginare, perché magari abitiamo nella stessa città, facciamo lo stesso mestiere e ci vogliamo bene, ma siamo sempre in prova, in tournée o dall’altra parte di Parigi.
Ad Avignone, invece, bastava finire uno spettacolo, uscire da un altro o trovarsi per strada a distribuire volantini per incontrarsi e ritrovarsi a bere qualcosa nella piazzetta dello Snack Bar, chiacchierando di tutto e di niente, consapevoli del lusso di poter vivere un momento simile.
Sono nate così anche nuove amicizie, come quella con Chris Baranzelli, attrice e stand-up comedian, al Festival con il suo spettacolo a due passi dal mio teatro; con Maura Pettorruso, regista e autrice, e Stefano Pietro Detassis, attore bravissimo, della Compagnia Pequod, che hanno portato Boxeur, uno spettacolo davvero bello e intenso che ha fatto più volte sold out; e con Pietro De Nova e Maurizio Zucchi, della giovane Compagnia Il Milione, splendidi in Cartes muettes. Non perdeteli quando passeranno in Italia!
Avignone mi ha permesso anche di riabbracciare vecchissimi amici e amiche che non vedevo da oltre dieci anni e che nel frattempo si erano trasferiti a Marsiglia, Nizza o in altre città della Francia.
C’è poi un’altra cosa che Avignone rimette prepotentemente al centro e che forse, nella vita di tutti i giorni, rischiamo di dimenticare: il teatro è relazione.
Per tre settimane le persone sono per strada, si incontrano, si fermano a parlare, si consigliano spettacoli, discutono di quello che hanno appena visto, si ritrovano davanti a una sala o intorno a un tavolino. Certo, hanno spesso il cellulare in mano, ma sullo schermo c’è la mappa per trovare un teatro nascosto in qualche vicolo, perché ad Avignone perdersi è facilissimo, oppure il programma del Festival OFF per scegliere lo spettacolo successivo.
Il telefono torna a essere uno strumento, invece del luogo in cui rifugiarsi quando non sappiamo che cosa fare o con chi parlare, e il suo uso si riduce naturalmente, non perché qualcuno abbia deciso di disintossicarsi, ma perché la realtà è già piena di persone, incontri, parole e cose da vedere.
Credo che il Festival sia stato soprattutto questo: una fatica spropositata, concentrata dentro una città in cui, per tre settimane, il teatro non è soltanto il lavoro che facciamo, ma diventa il luogo in cui viviamo, invade le strade, i bar e le piazze, ci permette finalmente di incontrarci e ci ricorda che ogni persona presente, artista, pubblico o programmatorə, è lì perché ama il teatro e perché il teatro, inevitabilmente, ci unisce.
Angolo della Biutezza
Stavolta, oltre ai classici consigli di lettura etc., vi segnalo un progetto e un premio che sono davvero biutezza!
Progetto 79 voci per la Loi Intégrale
Quando Zoé ed Élodie Grandjean mi hanno parlato del progetto 79 Voci per 79 articoli, ho capito subito che era importante partecipare e raccontarlo.
Dietro questa battaglia fondamentale per l’approvazione di una legge quadro integrale per la protezione dell’infanzia ci sono due donne sopravvissute alla violenza, che vi si stanno dedicando anima e corpo. Accanto a loro ci sono personalità impegnate tra cui Inès Chatin, Andréa Bescond, Arnaud Gallais e Suzanne Frugier dell’associazione Mouv’Enfants etc.
L’obiettivo del progetto è riunire 79 persone, tra artiste e artisti, personalità pubbliche, persone sopravvissute alla violenza e persone impegnate nella difesa dei diritti dell’infanzia. Ognuna sceglierà uno dei 79 articoli della proposta di legge e, nelle prossime settimane, lo racconterà attraverso i propri canali social.
Io ho scelto l’articolo 13.
Lo scopo è far conoscere la loi intégrale anche a chi non ha dimestichezza con il linguaggio giuridico, spiegare che cosa contiene concretamente, quali diritti vuole garantire e quale battaglia si sta portando avanti perché venga discussa e approvata.
Settantanove articoli raccontati da settantanove voci diverse, per trasformare un testo di legge in qualcosa che tutte e tutti possano comprendere e sostenere, affinché la protezione dell’infanzia non resti una dichiarazione d’intenti, ma diventi finalmente un insieme di diritti reali e concreti.
E visto che le 79 voci non ci sono ancora tutte, lancio anche una piccola chiamata: se qualcunə, leggendo, si sente coinvoltə da questa battaglia e desidera partecipare al progetto, può contattarmi. Sarò felice di metterlo in relazione con Zoé, perché possa scegliere un articolo e prestargli la propria voce.
Premio Tarabotto 2026
E poi c’è una bellissima notizia che mi riguarda direttamente: lunedì 10 agosto, alle 21.30, alla Rotonda Vassallo di Lerici, riceverò il Premio Tarabotto 2026. La serata sarà condotta da Salvatore Graziano e sarà l’occasione per ripercorrere la mia carriera, dagli inizi ai progetti di oggi, e raccontare il legame che mi unisce a Lerici, il cui nome, mi dicono, ho contribuito a portare in giro per l’Italia e per il mondo.
Confesso che ricevere questo premio da una città a cui sono particolarmente legata mi emoziona moltissimo. Per l’occasione porterò anche un piccolo frammento di VECCHIA SARAI TU!, perché Armida, la sua protagonista, è nata proprio qui...
Libri
La virtù di Checchina è un breve racconto di Matilde Serao, qui impreziosito dall’analisi di Laura Nacci sugli stereotipi interiorizzati, così ben descritti da Serao.
Scritture segrete di Dacia Maraini, una raccolta sulle autrici che la Storia ha cancellato, dimenticato e spesso ignorato.
Tutte chiacchiere di Silvia Falcione, che ci racconta come le donne siano riuscite, da fine Ottocento in poi, a usare “la parola” per emanciparsi.
Serie TV
Dynasti: i Murdoch un’ottima serie Netflix su quanto la Pedagogia Nera si ritrovi sempre alla radice di ogni “buona” famiglia…
Podcast
Eco degli antenati è un podcast che partendo dalle costellazioni familiari, mi ha mostrato un altro modo per mettere in luce la Pedagogia Nera che tramandiamo.
Stragi di famiglia è lo speciale in 3 puntate che Anna Bardazzi ha pubblicato per il suo podcast Ricorda il mio nome. Imperdibile!
Epstein Files la nuova stagione parte da chi era proprio Epstein e anche qui… mi avete già capita!
Tournée
Ad agosto ci sono solo tre appuntamenti in cui incontrarci e ricordo che per prenotarsi, basta cliccare sui link che trovate nel calendario del sito:
3 agosto Occhiobello (RO) OFFRO IO
10 agosto Lerici (SP) Premio Tarabotto
28 agosto Evreux (Normandia) ENFANCE HEUREUSE
per ospitare un mio spettacolo o un intervento su misura basta scrivere a: organizzazione@antonellaquesta.it
Buon agosto!
✨Ci risentiamo qui il prossimo primo lunedì del mese, ovvero il 7 settembre ✨
🇫🇷 Version française
VOILÀ COMMENT ÇA S’EST PASSÉ
Un public à conquérir, des rencontres précieuses, un combat collectif et un prix surprise.
Le Cineteatro Carisma de Gorlago, dans la province de Bergame, compte 350 places et, le soir du 29 juillet, elles étaient presque toutes occupées.
Un plateau de huit mètres sur six, une régie son et lumière, des heures de montage, de répétitions, de réglages et, à la fin, de longues minutes d’applaudissements, le public ayant presque immédiatement commencé à frapper des mains tous ensemble, en rythme, en me rappelant plusieurs fois sur scène.
À ce moment-là, couverte d’une quantité de sueur indescriptible, OFFRO IO est, certes, très physique, mais il faut aussi préciser que la salle n’avait pas de climatisation…, mes pensées sont immédiatement retournées à Avignon, où je trempais chaque matin mon costume de scène grâce aux chorégraphies d’ENFANCE HEUREUSE et aux deux PAR, des projecteurs plutôt chauds, constamment braqués sur moi à seulement un mètre cinquante de distance.
Trois jours auparavant, en effet, le 25 juillet, je transpirais pendant la dernière représentation d’ENFANCE HEUREUSE, sur un plateau du Festival d’Avignon OFF de quatre mètres sur trois, sur lequel je montais chaque matin à 10 heures et que je ne pouvais installer que pendant la demi-heure précédente.
J’ai appris à mettre en place la scénographie en huit minutes et, pendant les sept suivantes, à régler avec mon technicien les trois projecteurs, parmi les vingt disponibles, que chaque compagnie pouvait utiliser à sa guise, avant d’employer les quinze dernières minutes pour me maquiller, m’habiller et préparer tout ce que je devrais ranger immédiatement après être sortie de scène.
Une heure plus tard, une fois le spectacle terminé, je devais débarrasser le plateau de la scénographie à toute vitesse, parce que la compagnie suivante disposait d’à peine vingt minutes pour aménager ce même espace, régler les lumières et entrer en scène.
Pendant trois semaines, notre Doblò est resté garé exactement au même endroit, parce que mes jambes me suffisaient pour aller au théâtre : deux minutes exactement entre le moment où je descendais de chez moi et celui où j’entrais dans la salle. Une fois rentrée en Italie, en revanche, j’ai immédiatement recommencé à parcourir des centaines de kilomètres pour une représentation, à monter, démonter, charger et repartir.
Bref, j’étais revenue à la sueur de ma vie normale.
Et c’est précisément en revenant à ma vie normale que j’ai commencé à comprendre à quel point celle que je venais de vivre avait été extraordinaire.
Dans la NiuZletter de juillet, je vous avais promis de vous raconter comment cela se passerait et, maintenant que quelques jours se sont écoulés, je peux vous dire que cela s’est vraiment très bien passé, probablement encore mieux que je ne parvenais à m’en rendre compte lorsque j’étais sur place, plongée dans une machine qui repartait chaque matin de zéro et ne laissait pas beaucoup de temps pour s’arrêter et comprendre ce qui était en train d’arriver.
Je suis arrivée à Avignon en pensant commencer de zéro, avant de découvrir assez rapidement que je partais plutôt de moins cinquante, parce que présenter pour la première fois un spectacle dans une autre langue, au sein d’un Festival où personne ne connaissait ni LaQ-Prod, ni mon travail, ni moi-même, signifiait ne pouvoir compter sur rien de ce que, après tant d’années, j’ai désormais tendance à considérer comme acquis en Italie : mon nom, les relations construites au fil du temps, les personnes qui ont déjà vu un spectacle et viennent en découvrir un autre, les théâtres, les programmatrices et les programmateurs qui savent plus ou moins à quoi s’attendre.
Bref, un beau bain d’humilité !
Mes amies et amis français qui en étaient à leur deuxième, troisième, voire sixième Festival d’Avignon OFF continuaient pourtant à me répéter que mes résultats étaient excellents, surtout pendant une édition qui a accueilli environ 25 % de public en moins.
Excellents, non pas parce que j’aurais fait salle comble, JAMAIS fait !, mais parce que, même si la salle ne comptait que 49 places, j’ai toujours eu du public lors des dix-neuf représentations prévues. J’avoue que je tenais pour acquis qu’il y aurait toujours au moins quelqu’un dans la salle, avant de découvrir que certaines compagnies avaient été contraintes d’annuler une représentation parce qu’elles n’avaient vendu aucun billet ce jour-là.
ENFANCE HEUREUSE a également commencé, dès le départ, à trouver son public, a reçu une excellente critique et l’on m’a même demandé où il était possible d’acheter le texte. Certaines personnes ont carrément demandé à acheter celui que j’utilise sur scène, peut-être parce qu’en France énormément de spectacles sont inspirés d’œuvres littéraires.
Il fallait « trouver » le public dans la rue, dans les files d’attente devant les autres théâtres, aux tables des restaurants et des cafés, en distribuant des tracts à de parfaits inconnus auxquels il fallait raconter rapidement l’intrigue. Heureusement, quatre personnes les distribuaient tous les jours pour moi.
Certaines personnes prenaient le tract et commençaient ensuite à me raconter leur enfance malheureuse… Une fois, je suis même tombée sur un couple de Témoins de Jéhovah, qui m’a laissé son propre tract, sur lequel figuraient toutefois des phrases relevant d’une parfaite Pédagogie Obscure. Est-ce pour cette raison que je ne les ai jamais vus au théâtre ?
Ce qui m’intéressait, c’était de comprendre si ENFANCE HEUREUSE parviendrait à toucher le public français avec la même force qu’INFANZIA FELICE a touché le public italien et je crois vraiment que cela s’est produit.
Certaines personnes riaient beaucoup, d’autres ne riaient pas du tout, certaines me suivaient avec une expression inquiète, d’autres semblaient se reconnaître dans les personnages et, à la fin, la plupart restaient assises même après les applaudissements, comme si elles avaient besoin d’un moment avant de se lever, de quitter le théâtre et de retourner dans la confusion des rues du Festival.
Elles restaient là à reprendre leurs esprits, tandis que j’étais déjà occupée à débarrasser le plateau de la scénographie pour la compagnie suivante. Même les applaudissements, à Avignon, doivent tenir compte du chronomètre, parce qu’après deux rappels il faut les interrompre pour rappeler au public de parler du spectacle, de laisser des petits cœurs sur le site du Festival et de publier des avis en ligne, autant de choses utiles au bouche-à-oreille et indispensables pour essayer d’émerger au milieu de 1 800 spectacles.
Ce n’est que pendant les derniers jours que je me suis permis de sortir encore en sueur, vêtue de mon costume de scène, pour rencontrer et embrasser le public, qui me montrait où il avait placé son petit caillou.
Je garde avec moi le souvenir de l’appel de Salvatore, directeur du Théâtre L’Atelier Florentin, parce qu’un jeune couple de parents était revenu au théâtre, quelques heures après le spectacle, pour parler avec moi. Lui était assis au premier rang et, pendant les applaudissements, je l’avais vu les yeux rouges.
Ils m’ont raconté avoir deux petites filles, l’une de cinq ans et l’autre de huit ans, et que le conte les avait bouleversés en faisant ressurgir des souvenirs ainsi que la peur de répéter ce qu’ils avaient subi pendant leur enfance.
Je me souviendrai longtemps de cet homme âgé qui, en larmes, a voulu me prendre dans ses bras, tout comme d’une autre femme, ainsi que de ces deux enseignants qui m’ont raconté avoir acheté leur billet un mois auparavant, attirés par la présentation du spectacle, et s’être reconnus dans les personnages, avec le sentiment d’avoir enfin été écoutés.
Pendant ces semaines, j’ai rencontré des personnes jeunes et moins jeunes, avec des vies, des origines et des expériences très différentes, mais toutes réunies par le fait d’avoir reconnu ce qu’est la violence éducative et les dégâts qu’elle a causés et continue de causer.
Je rappelle qu’en France, le débat sur les violences commises à l’encontre des mineurs est très vif, mais je vous en parle un peu plus bas.
De manière générale, les personnes m’ont remerciée en me disant qu’ENFANCE HEUREUSE leur donnait de l’espoir et je crois que c’est précisément ce qui me rend le plus heureuse, parce que, si le spectacle raconte et montre d’un côté la longue chaîne de la Pédagogie Obscure, il nous rappelle de l’autre que nos qualités d’empathie, d’écoute et de présence n’ont pas disparu, qu’elles sont toujours là, au fond de nous, et que nous pouvons les réveiller.
Au-delà des résultats et de tout ce qu’ENFANCE HEUREUSE pourra ou ne pourra pas récolter au cours des prochains mois, la plus belle chose à Avignon, ce qui a véritablement justifié toute cette aventure, ce sont les personnes.
Pendant trois semaines, j’ai pu voir presque chaque jour des amies et des amis venus de Paris pour présenter eux aussi un spectacle au Festival, ce qui arrive beaucoup plus rarement qu’on ne pourrait l’imaginer dans notre vie habituelle, parce que nous habitons parfois dans la même ville, faisons le même métier, nous aimons beaucoup, mais sommes toujours en répétition, en tournée ou à l’autre bout de Paris.
À Avignon, en revanche, il suffisait de terminer un spectacle, de sortir d’un autre ou de se retrouver dans la rue en train de distribuer des tracts pour se croiser ou aller boire quelque chose sur la petite place du Snack Bar, en parlant de tout et de rien, conscientes et conscients du luxe que représentait la possibilité de vivre un tel moment.
De nouvelles amitiés sont également nées ainsi, comme celle avec Chris Baranzelli, comédienne et humoriste de stand-up, présente au Festival avec son spectacle à deux pas de mon théâtre, avec Maura Pettorruso, metteuse en scène et autrice, et Stefano Pietro Detassis, excellent acteur, de la Compagnia Pequod, qui ont présenté Boxeur, un spectacle vraiment beau et intense qui a fait plusieurs fois salle comble.
Et puis Pietro De Nova et Maurizio Zucchi, de la jeune compagnie Il Milione, formidables eux aussi dans Cartes muettes. Ne les manquez pas lorsqu’ils passeront en Italie, pas plus que vous ne devriez manquer Boxeur !
Avignon m’a également permis de retrouver des personnes que je n’avais pas vues depuis plus de dix ans, de très vieilles amies et de très vieux amis qui, entre-temps, s’étaient installés à Marseille, à Nice ou dans d’autres villes de France et que j’ai enfin eu l’occasion de prendre à nouveau dans mes bras, précisément là-bas.
Il y a aussi autre chose qu’Avignon remet puissamment au centre et que nous risquons peut-être d’oublier dans notre vie quotidienne : le théâtre est relation.
Pendant trois semaines, les personnes sont dans la rue, se rencontrent, s’arrêtent pour parler, se conseillent des spectacles, discutent de ce qu’elles viennent de voir, se retrouvent devant une salle ou autour d’une petite table. Bien sûr, elles ont souvent leur téléphone à la main, mais l’écran affiche la carte permettant de trouver un théâtre caché au détour d’une ruelle, parce qu’il est extrêmement facile de se perdre à Avignon, ou le programme du Festival OFF pour choisir le spectacle suivant.
Le téléphone redevient ainsi un outil, au lieu d’être le lieu où nous nous réfugions lorsque nous ne savons pas quoi faire ou avec qui parler, et son utilisation diminue presque naturellement, non parce que quelqu’un aurait décidé de se désintoxiquer ou de s’imposer des règles, mais parce que la réalité est déjà pleine de personnes, de rencontres, de paroles et de choses à voir.
Je crois que le Festival a surtout été cela : un effort démesuré, certes, mais concentré à l’intérieur d’une ville où, pendant trois semaines, le théâtre n’est pas seulement notre travail, il devient le lieu dans lequel nous vivons, envahit les rues, les bars et les places, nous permet enfin de nous rencontrer et nous rappelle que chaque personne présente, artiste, membre du public ou programmateur·rice, est là parce qu’elle aime le théâtre et parce que le théâtre, inévitablement, nous ramène à la relation.
LE COIN “BIUTEZZA”
Cette fois-ci, en plus des classiques conseils de lecture, etc., je vous signale un projet et un prix qui sont vraiment de toute beauté !
PROJET 79 VOIX POUR LA LOI INTÉGRALE
Lorsque Zoé et Élodie Grandjean m’ont parlé du projet 79 voix pour 79 articles, j’ai immédiatement compris qu’il était important d’y participer et de le faire connaître.
Derrière ce combat fondamental pour l’adoption d’une loi-cadre intégrale pour la protection de l’enfance, il y a deux femmes survivantes de violences qui s’y consacrent corps et âme. À leurs côtés se trouvent des personnalités engagées, parmi lesquelles Inès Chatin, Andréa Bescond, Arnaud Gallais et Suzanne Frugier, de l’association Mouv’Enfants, etc.
L’objectif du projet est de réunir 79 personnes, parmi lesquelles des artistes, des personnalités publiques, des personnes survivantes de violences et des personnes engagées dans la défense des droits de l’enfant. Chacune choisira l’un des 79 articles de la proposition de loi et, au cours des prochaines semaines, le présentera sur ses propres réseaux sociaux.
Pour ma part, j’ai choisi l’article 13.
Le but est de faire connaître la loi intégrale également aux personnes qui ne sont pas familiarisées avec le langage juridique, d’expliquer concrètement ce qu’elle contient, les droits qu’elle entend garantir et le combat mené pour qu’elle soit examinée et adoptée.
Soixante-dix-neuf articles racontés par soixante-dix-neuf voix différentes, afin de transformer un texte de loi en quelque chose que toutes et tous puissent comprendre et soutenir, pour que la protection de l’enfance ne reste pas une déclaration d’intention, mais devienne enfin un ensemble de droits réels et concrets.
Et puisque les 79 voix ne sont pas encore toutes réunies, je lance également un petit appel : si, en lisant ces lignes, vous vous sentez concerné·e par ce combat et souhaitez participer au projet, vous pouvez me contacter. Je serai heureuse de vous mettre en relation avec Zoé afin que vous puissiez choisir un article et lui prêter votre voix.
PRIX TARABOTTO 2026
Et puis il y a une très belle nouvelle qui me concerne directement : lundi 10 août, à 21 h 30, à la Rotonda Vassallo de Lerici, je recevrai le Prix Tarabotto 2026. La soirée sera animée par Salvatore Graziano et sera l’occasion de revenir sur ma carrière, de mes débuts à mes projets actuels, et de raconter le lien qui m’unit à Lerici, dont j’ai, me dit-on, contribué à faire connaître le nom en Italie et dans le monde.
J’avoue que recevoir ce prix de la part d’une ville à laquelle je suis particulièrement attachée m’émeut énormément. Pour l’occasion, je présenterai également un petit extrait de VECCHIA SARAI TU !, parce qu’Armida, sa protagoniste, est née précisément ici…
TOURNÉE
Au mois d’août, il n’y a que trois rendez-vous pendant lesquels nous pourrons nous rencontrer et je vous rappelle que, pour réserver, il suffit de cliquer sur les liens que vous trouverez dans le calendrier du site :
3 août, Occhiobello (province de Rovigo) OFFRO IO
10 août, Lerici (province de La Spezia) Prix Tarabotto
28 août, Évreux, en Normandie ENFANCE HEUREUSE
Pour accueillir l’un de mes spectacles ou organiser une intervention sur mesure, il suffit d’écrire à :
Je vous souhaite un très beau mois d’août !
✨ Nous nous retrouverons ici le premier lundi du mois prochain, c’est-à-dire le 7 septembre✨







Non un sold out, ma 19 serate di pubblico continuo, da profana, mi sembrano un ottimo risultato, vista anche la varietà di “offerte” disponibili 👏🏻👏🏻
La condivisione dell’esperienza e le riflessioni che hai riportato mi rendono una sensazione di grande energia.
Energia spesa ma, anche e soprattutto, ricevuta dal pubblico, colleghi e contesto
Ben tornata
Grazie Fabi!🤗